Fabrizio Gifuni è Pasolini e il suo assassino

L'attore in scena alla Cavallerizza l'1-2-3-4 dicembre in "Na specie di cadavere lunghissimo”

REGGIO EMILIA – In “’Na specie di cadavere lunghissimo”, che la stagione di Prosa della Fondazione I Teatri accoglie al Teatro Cavallerizza nei giorni 1, 2, 3 e 4 dicembre (ore 20.30), Fabrizio Gifuni affronta un lavoro particolarmente ambizioso: trovare il nodo poetico che ha unito Pier Paolo Pasolini ai suoi assassini.

Sotto la guida del regista Giuseppe Bertolucci, il progetto mette insieme i testi più polemici e politici di Pasolini (fra cui “Scritti corsari”, “Lettere luterane” e l’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo poche ore prima di morire) a un poema di Giorgio Somalvico (“Il pecora”), che costringe in metrica il delirio di un assassino, proprio a sottolineare l’incontro/scontro fra due diversi punti di vista sulla cultura popolare.

Gifuni, gli occhi negli occhi degli spettatori seduti ai loro tavolini come in un cabaret, prima si offre come “figlio” citando versi della “Meglio gioventù”, poi si denuda della mise di ragazzo e indossa un completo bianco con cravatta per assumere la parte dell’altro, del figlio borgataro, cioè di Pino Pelosi, e per interpretare “Il Pecora”, travolgente monologo interiore scritto in endecasillabi in un romanesco reinventato dal milanese Giorgio Somalvico, di cui “Na specie di cadavere lunghissimo”, che dà il titolo allo spettacolo, è un verso.

“Per Eraclito il mondo non è altro che un tessuto illusorio di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui scioglimento è l’unità, il Dio che vi sta dietro. Continuo a trovare in queste parole qualcosa che si avvicina moltissimo a quel profondo senso di mistero che accoglie la vita, l’opera e la morte di Pier Paolo Pasolini –  scrive Gifuni nell’avvicinarsi a questo progetto, che gli è valso il Premio Hystrio 2006 – Quando alcuni anni fa iniziavo a pensare all’idea di uno  spettacolo su Pasolini, è proprio in termini di opposizione che il mio istinto si muoveva: padre e figlio, natura e opera d’arte, vittima e carnefice, erano solo alcune delle antinomie che continuamente si affacciavano sul mio cammino. Ma anche il buio e la luce, la violenza e la mitezza, Dottor Jekyll e Mister Hyde. Certo, l’urgenza politica era altrettanto forte: Così forte – in questi tempi bui – da rischiare di travolgere tutto (…). C’era il desiderio di raccontare la tragedia pubblica e privata di un poeta che aveva visto scomparire in soli tre lustri il solo mondo in cui voleva riconoscersi. Il grido lacerante e disperato di un uomo che urlava nel deserto contro l’immoralità e la cecità del vecchio Potere che stava aprendo la strada all’avvento di un Nuovo Potere – di un nuovo fascismo – “il più potente e totalitario che ci sia mai stato.” Ma anche la privatissima tragedia di chi, in virtù di quella stessa catastrofe politica e antropologica che vedeva abbattersi sull’Italia, non riconosceva più i “corpi” dei suoi amati ragazzi, che sembravano trasformarsi   – sotto i suoi occhi – da “simpatici malandrini” in “spettrali assassini”. I suoi amati “riccetti” stavano cambiando maschera: dall’innocenza al crimine”.