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Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

Marchi: “Riforma Senato, chi dice no è contraddittorio”

Il deputato Pd: "E esattamente quanto abbiamo proposto nelle ultime quattro campagne elettorali"

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REGGIO EMILIADue mesi fa ho sottolineato che vi erano due questioni in grado di porre seri problemi al percorso del Governo Renzi. La prima riguardava la necessità di un intervento per gli enti locali, Comuni, ma soprattutto Province. Le Province sono state trasformate, ma non abolite. Per abolirle occorre cambiare la Costituzione (percorso in atto su cui tornerò dopo). La riforma Delrio poteva intervenire solo a Costituzione vigente e comunque ha lasciato alle Province importanti funzioni come la viabilità e l’edilizia scolastica per le scuole superiori. Con i tagli, in particolare per il 2016 e il 2017, previsti dalla legge di stabilità, tutte le Province sarebbero andate in dissesto.

Si è intervenuti modificando il decreto legge sugli enti locali e prevedendo – come proponeva il PD – che straordinariamente per il 2015 si possa fare il bilancio solo annuale e non triennale. Ci abbiamo messo una pezza, ma il problema si riproporrà dal 1° gennaio 2016. Prima di allora, nella legge di stabilità, occorrerà eliminare l’ulteriore taglio di 1 miliardo per il 2016 e di 2 miliardi per il 2017 attualmente previsto. Anche questo va considerato quando si fanno i conti sulla legge di stabilità 2016.

Oltre a ciò occorrerà che l’eliminazione (totale o parziale si vedrà, personalmente ritengo più condivisibili le nostre precedenti posizioni relative a eliminazione parziale) della Tasi prima casa, oltre a Imu imbullonati e Imu agricola, non pesi sulla finanza dei Comuni. Si possono aumentare i trasferimenti dello Stato o si può prevedere che il gettito Imu ora allo Stato resti ai Comuni. Personalmente preferisco quest’ultima soluzione, perché garantisce più autonomia finanziaria ai Comuni. I trasferimenti possono essere x un anno e poi x meno y dall’anno successivo, con decisione unilaterale dello Stato. E’ già successo (Berlusconi-Tremonti) e sarebbe meglio evitare che possa ripetersi.

Sulla seconda questione che richiamavo in luglio, invece, ben poco si è mosso. Mi riferisco alla riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario. Questione che la politica ha in agenda da almeno 30 anni. Questione su cui la politica ha perso credibilità. Berlusconi è riuscito per tre volte – nel 1998, 2012 e 2013- a far partire il processo, in accordo con il centrosinistra, e poi a fermarlo quando gli pareva. Questa volta spero che a fermarlo non siano le divisioni nel PD.

Francamente ribadisco che non comprendo le motivazioni di questo stallo. La riforma, verso il Senato delle Regioni e delle Autonomie locali, è esattamente quanto abbiamo proposto nelle ultime quattro campagne elettorali. Tra il 2006 e il 2008 siamo stati maggioranza e il governo Prodi ha lavorato anche sulle riforme costituzionali, con il ministro Vannino Chiti. Quando si arrivò ad un testo unificato delle varie proposte parlamentari, maggioranza e governo optarono per un Senato di esclusiva rappresentanza delle autonomie territoriali con i relativi membri eletti mediante un procedimento di secondo grado.

Forse che governo Prodi, Unione, Ds e Margherita che in quella fase stavano dando vita al PD, nel 2007 erano in procinto di dare un colpo al sistema democratico? Non mi pare che nessuna voce al nostro interno si sia alzata in questo senso. Eravamo nel solco della necessità’ di superare il bicameralismo perfetto invocata già negli anni ’80 da figure come Nilde Iotti, prevista nella prima tesi del programma dell’Ulivo del 1996, prevista poi dalle proposte approvate in bicamerale, prevista nel 2001 come ulteriore passo dopo la modifica del Titolo V. Ciò che andava bene allora e anche nei programmi successivi, perché oggi non va più bene?

A causa della legge elettorale? Nel 2007 era in vigore il porcellum. Volevamo cambiarlo, ma non sapevamo ancora come e se sarebbe stato possibile, ma ciò non ci ha impedito di lavorare su un’ipotesi di riforma costituzionale molto simile a quella oggi in discussione. Non si vorrà sostenere che il porcellum era meglio dell’italicum. Il porcellum assegnava il premio di maggioranza alla prima coalizione, a prescindere dalla percentuale raggiunta. Con l’italicum la prima lista deve raggiungere il 40% al primo turno o superare il 50% al ballottaggio. Con il porcellum tutti i deputati venivano eletti su liste bloccate in ampie circoscrizioni.

Con l’italicum le circoscrizioni saranno più ristrette (per noi la provincia di Reggio Emilia invece della Regione Emilia Romagna), le liste sceglieranno il capolista, mentre gli altri deputati saranno eletti con le preferenze. Per la maggioranza almeno il 70% dei deputati (almeno 240 su 340) saranno eletti con le preferenze.
Certo l’italicum non garantisce la vittoria del PD, ma nessuna legge elettorale può farlo, mentre può determinare, come chiedevamo nel 2012, che ci sia un chiaro vincitore. E allora, ripeto la domanda: perché?

Concludo ricordando che vi è un nesso tra le due questioni su cui mi sono soffermato. Se vogliamo che le Regioni e i Comuni contino di più nel processo legislativo, dobbiamo trasformare il Senato nel Senato delle Autonomie territoriali. Per fare questo, per rappresentare questi Enti, i senatori devono essere consiglieri regionali o sindaci. Se manteniamo il Senato elettivo con senatori non amministratori non avremo trasformato il Senato e sarà l’ennesima volta che le riforme costituzionali assumeranno la forma del gioco dell’oca.

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