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Jobs act, Tiraboschi: “Mercato fermo, flop esoneri contributivi”

L'allievo di Marco Biagi: "Basta con i tweet e gli spot elettorali. L'unico sistema di rilevazione attendibile è quello dell'Istat"

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REGGIO EMILIA – “La risposta che gli italiani si attendono sul lavoro è presto data e la si trova nei numeri forniti dall’Istat: il mercato del lavoro è praticamente fermo, non cresce cioè il numero di occupati. Cresce invece la disoccupazione mentre il numero di giovani con un lavoro tocca il suo minimo storico. Troppo presto per parlare del Jobs Act, abbiamo detto, ma non per certificare un vero e proprio flop dell’esonero contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato”.

Michele Tiraboschi, direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia, sul bollettino dell’associazione fondata da Biagi, certifica con i numeri quello che lui definisce il fallimento di una delle misure chiave del Jobs Act in vigore da otto mesi e oramai in fase di esaurimento, che, a parere del professore, “non ha contribuito a creare un solo posto di lavoro in più pur a fronte di un costo reale che si avvicinerà ai 20 miliardi e di cui in parte manca ancora la copertura”.

Aggiunge Tiraboschi: “Per i modesti risultati sul fronte occupazionale meglio e molto di più ha fatto la legge Fornero, che nel restringere i requisiti di accesso alla pensione, ha contribuito a un robusto incremento della forza-lavoro over 55 ancora una volta per a scapito dei giovani che sono stati i più penalizzati non solo dalla crisi ma anche dalla scarsa efficacia delle politiche del lavoro degli ultimi governi”.

Tiraboschi, nel suo lungo intervento che potete leggere qui (Lavoro, la danza dei numeri), invita il premier a non inaugurare “un nuovo ventennio di liti, questa volta tra renziani e antirenziani, dove le bugie e i pregiudizi prevalgono sui fatti. Impresa invero difficile in un Paese come il nostro, spaccato a metà in una eterna contesa tra guelfi e ghibellini, ma non certo per quanto riguarda i dati del mercato del lavoro”.

Secondo il professore: “riforme epocali, come il Jobs Act ambisce a essere, richiedono anni per produrre risultati duraturi e consentirne una valutazione oggettiva non condizionata da logiche e posizioni di parte”. E lancia una sfida: “Se Matteo Renzi è un vero statista – e non un politico tra i tanti a caccia di una manciata di voti – lasci che il tempo sia galantuomo invece di reiterare mese dopo mese vuoti spot elettorali capaci di incidere sulla realtà del mercato del lavoro e sulla propensione delle imprese ad assumere quanto un tweet di 140 caratteri”.

E aggiunge: “Il secondo punto, molto più pratico, è quello di riconoscere che l’unico sistema di rilevazione dei dati del mercato del lavoro attendibile – e come tale riconosciuto anche a livello internazionale – è quello dell’Istat. Del tutto inutile è l’Osservatorio sul lavoro precario dell’Insp. Inaffidabili, e largamente parziali, sono invece i dati del Ministero del lavoro basati sulla comunicazione di assunzione/cessazione da parte dei datori di lavoro del settore privato (escluso il lavoro domestico). Lo dimostra il fatto che il Ministro Poletti, dopo aver annunciato un saldo attivo di ben 63 0mila contratti a tempo indeterminato negli ultimi sette mesi, abbia dovuto fare una clamorosa marcia indietro, incalzato da una giovane dottoranda di ricerca che scrive per Il Manifesto, ammettendo che in realtà il saldo delle assunzioni erano meno della metà di quelle comunicate avendo dimenticato di conteggiare ben 400 mila cessazioni di contratto”.

 

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