Area Nord, Mora: “Il Tecnopolo è un contenitore vuoto”

Il segretario provinciale della Cgil: "Sta vivacchiando, come del resto Rei. Non vedo ricette vere per uscire dalla crisi". Acqua pubblica: "Dov'è questo piano B?". Alla Camusso dice: "Non c'è un contrasto al Jobs act all'altezza della situazione"

REGGIO EMILIA – “Il Tecnopolo è un contenitore vuoto e sta vivacchiando, come, del resto, Rei (Reggio Emilia Innovazione, ndr). Certo che è un terreno interessante e che va sviluppato, ma non è che si misurano solo lì le possibiltà di provare ad inventare e costruire qualcosa di nuovo per uscire dalla crisi in questa provincia”.

Guido Mora, segretario provinciale della Cgil, mette nel mirino quello che dovrebbe essere uno dei simboli della rinascita reggiana, almeno nelle intenzioni dell’amministrazione comunale. In un’intervista a Reggio Sera parla della situazione economica reggiana e non nega che, in questa situazione di crisi, ci siano responsabilità anche del sindacato.

La crisi ha picchiato duro in questa provincia che è soprattutto a vocazione metalmeccanica. Lei vede dei segnali di ripresa?
Quello della crisi è un tema che i soggetti di rappresentanza politica, ma anche sociale, ci metto anche i sindacati, di questo territorio non sono riusciti ad affrontare adeguatamente. Non si è mai riusciti a ragionare su quali terreni provare ad investire risorse pubbliche e private. Gli investimenti privati su questo territorio sono calati parecchio. Il Tecnopolo è sicuramente un obiettivo, ma non può essere l’unico punto di riferimento: occorrono promozione, azioni, iniziative, proposte e idee. Non c’è dubbio che l’area nord è un punto di riferimento su cui Reggio deve puntare, ma il nuovo va caratterizzato. Cosa significa il nuovo? Il problema è avere delle idee che non siano solo di natura commerciale e imprenditoriale, ma che mettano assieme l’interesse della comunità con lo sviluppo e il territorio con il resto del mondo.

Quindi lei ritiene che non si stiano facendo gli sforzi giusti per uscire da questa situazione?
Istituzioni, rappresentanza sociale e politica e, ripeto, ci metto dentro anche i sindacati, non hanno provato neanche ad avventurarsi e a provare ad inventarsi e progettare qualcosa di nuovo. Siamo come l’idraulico che, di fronte a un sistema un po’ vecchiotto, corre a chiudere una perdita qui e là, ma che, su come sistemare il sistema idraulico complessivo di quella casa, non ha capito cosa fare. Poi mi si dice: “Mancano le risorse”. Ma noi, così, il futuro lo decliniamo come un futuro che si adatta a quello che ci capita addosso. Lo stiamo facendo anche come sindacato. Stiamo gestendo le crisi aziendali e le situazioni che ci scoppiano in mano. Questa non è una funzione che progetta il futuro, ma che cerca di salvare il possibile del passato.

Recentemente voi avete fatto polemica con il governo sui dati del Jobs act. Al contrario del governo sostenete che non sta portando i risultati sperati e che la disoccupazione non cala. Almeno riconoscete che i contratti a tempo indeterminato aumentano?
I contratti a tempo indeterminato aumentano veicolati da questo maxi esonero contributivo, ma questo non è un segno di inversione di tendenza. E’ solo che gli imprenditori hanno assunto quando hanno visto possibilità di decontribuzione. Anzi, oserei dire che, nonostante un aumento di contratti a tutele crescenti, quello che rimane consistente e la quantità di contratti precari a termine.

La disoccupazione non cala neanche in questa provincia?
No, anzi è aumentata del 9,9% e, tra l’altro, è una tipologia di disoccupazione che deve allarmare perché vede un incremento dei giovani. Poi c’è un’esplosione vera e propria dei voucher che sono una tipologia di pagamento del lavoro senza l’esistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro. Ci sono incrementi del 50% all’anno e, quest’anno, probabilmente raddoppieranno. E’ un segnale chiaro che in alcuni settori, soprattutto nel terziario, c’è il tentativo di sostituire il lavoro precario con i voucher.

Voi avete chiesto a Unindustria di disapplicare il Jobs act, ma il presidente Severi vi ha risposto che non lo farà. Avete chiesto un patto per il lavoro in ogni azienda che lo superi
La Fiom è appena partita con questa iniziativa. E’ una fase nella quale stiamo riflettendo e monitorando sulle situazioni nelle quali è più opportuno aprire volontariamente la richiesa di un tavolo. E’ evidente che i metalmeccanici affrontano la fase anche in un momento di rinnovo del contratto nazionale e quindi ci sono due livelli di iniziativa. Non siamo ancora nella fase operativa ed esecutiva di discutere, contrattare e fare accordi sulla non applicazione del Jobs act.

L’influenza di Landini sul sindacato reggiano e della Fiom si fa sicuramente sentire. Nel maggio scorso lei ha chiesto un cambio di passo alla Camusso, attaccandola proprio all’attivo dei delegati Cgil a cui lei era presente. Come sono i rapporti oggi?
No, il cambio di passo non è avvenuto. Anzi, la conclusione della Conferenza di oganizzazione nazionale ha dimostrato che il gruppo dirigente nazionale non è interessato, al momento, a costruire le condizioni per un clima di unitarietà nelle scelte di fondo da portare avanti. L’ultimo momento di unità lo si è avuto il 18 febbraio scorso quando si sono decise alcune azioni di contrasto al Jobs act. Ma la mobilitazione vera e propria contro questo governo non ha avuto corso. Questo gruppo dirigente non sta cercando di cambiare impostazione. Il tema su cui avremo, a breve, dei riscontri è quello contrattuale dato che siamo in presenza del rinnovo dei contratti nazionali di alimentare, metalmeccanico e chimico. L’atteggiamento di Confindustria è di modificare il modello contatttuale per andare verso un sistema in cui il contratto aziendale abbia più peso rispetto rispetto al passato. Oggi significherebbe tagliare fuori il 70% delle imprese, perché lì non c’è contrattazione aziendale. Per loro l’unica tutela è il contratto nazionale. Io non vedo chiarezza su questa cosa. Non vedo un contrasto al Jobs act all’altezza della situazione.

Il sindacato è spesso accusato di tutelare gli assunti e meno i precari. Condivide questa critica?
Sul piano della valutazione quantitativa, sicuramente è vero. Sul terreno delle motivazioni, bisogna che ci capiamo. E’ chiaro che tutelare un lavoratore precario, rispetto a un lavoratore stabile, è molto più difficile perché la forza del sindacato sta nella forza coalizzata dei lavoratori. Coalizzare il lavoro precario e, spesso, situazioni dove c’è lavoro precario e stabile, non è semplice, soprattutto quando non c’è una legislazione di supporto. E’ chiaro che il sindacato porta una responsabilità su questo, ma il problema è che il sindacato non è un soggetto che decide per sé, ma ha poteri che gli sono delegati dai lavoratori. E’ chiaro che il sindacato poteva fare di più, ma va misurato nel contesto delle difficoltà vissute in questi anni. Poi mi si può dire: “Le avete avallate voi le scelte di precarizzazione di lavoro, a partire dal pacchetto Treu”. E’ vero, ma è anche vero che certe norme le abbiamo anche contrastate, ma non abbiamo avuto una politica che fosse sensibile a rappresentare il lavoro là dove si fanno le leggi.

La cinghia di trasmissione si è rotta
Sì, ma il problema è che la politica il fattore lavoro lo ha marginalizzato. La questione lavoro è diventata marginale rispetto alle esigenze dell’impresa. E non a caso noi diciamo che Renzi ha cambiato programma di governo in poche settimane e poi ha adottato quello di Confindustria. La politica ha deciso di assumere come priorità le esigenze delle imprese che, a volte, contrastano con le esigenze dei lavoratori.

C’è un duro braccio di ferro che vi sta opponendo a Seta che viene accusata, da voi, di smantellare i contratti aziendali. A che punto siete?
Noi  ci siamo opposti per tre anni, da quando fu fatta l’unificazione con Modena e Piacenza, a un’impostazione che era quella di armonizzare i contratti fra i lavoratori delle varie aziende prendendo come punto di riferimento il contratto nazionale e quello di Modena. Abbiamo sempre detto che questa soluzione non ci andava bene, perché peggiorava le condizioni contrattuali di Reggio. Siamo disponibili a discutere, ma dobbiamo scegliere la soluzione più giusta che tenga conto di salvaguardare l’interesse dei lavoratori e scegliere il modello più utile in termini di efficienza. Bisogna cercare una soluzione che non sia quella peggiore per i lavoratori perché, se si vuole fare così, noi ci opporremo.

Come sono i rapporti con l’amministrazione comunale? Sicuramente ci sono problemi sul tema dell’acqua pubblica. Come va, invece, sul resto, ovvero sulle relazioni contrattuali dentro all’ente?
Non ho notato grandi frizioni e tutto sommato ho visto una continuità con la situazione precedente. Credo che il Comune stia gestendo una fase sempre più complicata di taglio delle risorse che, fino a qualche anno fa, poteva gestire con maggiore semplicitià. Adesso gli spazi si sono ristretti e, sicuramente, le norme che il governo sta mettendo in campo non aiutano a conquistarsi questi spazi di manvora. Il tema della gestione degli enti locali o lo affronti a livello nazionale, o gli amministratori saranno costretti a mettere in discussione un ruolo vero di programmazione degli enti locali. Il rischio è la tendenza a cedere al privato queste funzioni.

Che è anche un tema che riguarda l’acqua pubblica
Sull’acqua pubblica noi vediamo un approccio e un atteggiamento che non comprendiamo, perché riteniamo che una lettura corretta della legge di stabilità non debba portare alla scelta fatta dal Pd di dire che non ci sono le condizioni per la ripubblicizzazione in capo a un’azienda speciale. Noi non condividiamo questa valutazione. Ci sono diversi esperti che dicono che la legge di stabilità lo spazio non lo censura. E’ chiaro che c’è un tema di sostenibilità da verificare, ma una buona parte dei Comuni dellla provincia non sono disposti a farlo. Noi non lo comprendiamo, perché non ci hanno detto qual è l’alternativa anche perché questo piano B non lo conosciamo. Il punto è che non abbiamo ancora un segnale su quale idea stia valutando la compagine degli enti locali.