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Le storie dei profughi: “Due giorni nel deserto senza cibo e acqua”

I trenta senegalesi e ivoriani volontari alla Festa Pd raccontano le loro storie. Vogliono stare in Italia e trovare un lavoro

REGGIO EMILIA – Vengono principalmente dal Senegal e dalla Costa d’Avorio i trenta profughi che fanno volontariato alla festa Pd. Hanno tutti la stessa storia alle spalle: fuggono da paesi dove non c’è una guerra, ma solo tanta povertà e voglia di riscatto. Arrivano qui sperando in un futuro migliore, per trovare un lavoro e cercare di mandare un po’ di soldi alle loro famiglie in Paesi che, oramai, vivono solo di rimesse da parte degli emigranti che ce la fanno a superare il viaggio massacrante che dai loro Stati li porta fino qui.

Hanno fatto lo stesso percorso. Sono partiti dai loro Paesi nella parte occidentale dell’Africa e poi hanno attraversato, come la maggior parte dei profughi, il deserto del Sahara: una traversata costosa, in mano a trafficanti di uomini senza scrupoli, che può durare anche anni e che spesso si trasforma in un viaggio senza ritorno dato che tanti trovano la morte nelle sabbie del deserto.

Poi la Libia e i barconi fino alle coste italiane: Lampedusa o Sicilia. Ora sono qui, con la Dimora D’Abramo, che ha l’appalto per la gestione dei profughi nella nostra provincia.

Sono un po’ spaesati, non sanno una parola d’italiano e parlano per lo più francese dato che vegono da paesi francofoni. Sicuramente non comprendono la polemica che, sulla loro presenza alla festa del Pd, sta montando la Lega. Ma sembrano abbastanza felici di poter condividere questa esperienza.

Draman, viene dalla Costa D’Avorio: “Sono partito un anno fa, ho attraversato il deserto e poi sono partito dalle coste della Libia. Voglio restare qua in Italia e voglio cercare lavoro qua”. Mamadou arriva invece dal Senegal. Racconta. “Ho attraversato Mali, Niger e poi Libia per arrivare qui. Anche io voglio stare in Italia”.

Fatim, 20 anni, arriva dal Senegal. Racconta: “Sono arrivato in Italia il 12 aprile di quest’anno, ma ero partito un anno prima. Sono arrivato via mare dalla Libia e voglio rimanere in Italia e trovare un lavoro. Mi piace quello che faccio alla festa. Apparecchio a tavola e pulisco. Ho lasciato là la mia famiglia: il mio scopo è lavorare e mandare dei soldi là. La traversata del deserto è stata dura: siamo rimasti due giorni senza mangiare e senza acqua. Poi siamo arrivati in Libia e sono sbarcato in Sicilia”.

Se Fatim ci ha messo un anno, peggio è andata al suo amico di fianco a lui che è partito dal Senegal quattro anni fa ed è arrivato in Italia solo nel gennaio di quest’anno.

Storie ordinarie di profughi: nei loro occhi si legge la speranza per un futuro migliore. Ma molti di loro non sanno che, a causa della burocrazia italiana, rischiano di attendere più di un anno per potere sapere se la loro domanda di asilo sarà accolta o meno.