Benzina, ecco perché i prezzi non calano

Il prezzo del barile è pari a quello di fine anni Novanta, ma la benzina non costa meno di un euro. Le politiche dei petrolieri e lo Stato che si beve il 67% del carburante

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REGGIO EMILIA – Molti di voi si saranno domandati come mai, dato che il prezzo del petrolio continua a scendere la benzina non cala altrettanto. Anche se, per esempio il prezzo al barile tornasse ai valori degli Anni Novanta, cioè di 20 dollari, la benzina non costerebbe affatto come allora. Semplice. Il fatto è che, rispetto ad allora, l’Iva è raddoppiata e le accise sono aumentate di un 50%. In più ci si mettono i petrolieri che fissano un prezzo di raffinazione sempre più alto.

Attualmente il prezzo al barile è sceso abbondantemente sotto i 50 dollari. Ad oggi, comunque, il peso delle varie imposte sul carburante è arrivato ad oltre un euro al litro: lo Stato incassa, tra Iva e accise, 1,012 euro per ogni litro di benzina senza piombo. Quindi è normale che al calo del greggio non corrisponda un calo dei prezzi alla pompa di benzina. Se cala la quotazione del petrolio e le imposte restano invariate, il prezzo alla pompa di benzina non può certo crollare.

Le imposte complessive sono oggi pari al 67,7% per la benzina ed al 61,8% per il gasolio. Gli italiani nel 2014 hanno pagato la benzina 26 centesimi/litro in più rispetto agli altri europei, in media, di cui ben 25 per il maggiore peso delle imposte ed hanno pagato il gasolio 25 centesimi/litro in più, anche in questo caso a causa di 24 centesimi in più di imposte rispetto alla media comunitaria.

Questo dimostra purtroppo che negli altri Paesi le tasse sono inferiori rispetto all’Italia. Oggi un litro di verde costa mediamente, in Italia, 1,640 euro contro una media europea di 1,317 euro. Quindi gli italiani, per un pieno, pagano 16 euro in più rispetto la media Ue (+14,2 euro per il diesel). Finché le tasse si bevono il 67% della nostra benzina qualsiasi calo del prezzo del petrolio non potrà che portare a cali del prezzo alla pompa lievi e comunque minori rispetto al resto d’Europa.

Un particolare non da poco perché, a parte la spesa delle famiglie al distributore, il costo della benzina si ripercuote anche sui prezzi delle merci che vengono trasportate ogni giorno sulle nostre strade e autostrade. Ma non è solo lo Stato, come dicevamo, ad essere avido. Anche i petrolieri fanno la loro parte.

Negli ultimi tempi, per esempio, nonostante le quotazioni del Brent siano calate del 15% (il 6,3% depurato dall’effetto cambio), il prezzo del carburante è salito del 4%. Come mai si è alzato il prezzo industriale nonostante il calo del Brent? I petrolieri lo giustificano dicendo che sono loro, in caso di rialzi repentini, ad assorbirli per evitare che ricadano interamente sulle spalle dei consumatori.

Quindi cercherebbero di rifarsi quando i prezzi calano. Va però notato che, quando il prezzo sale, la correzione verso l’alto è repentina, ma, quando scende, l’aggiustamento è sempre più lento. La parte del leone la fanno comunque, come si è detto, le tasse sui carburanti che negli ultimi sei anni sono aumentate del 33%, mentre il prezzo totale è salito del 36%, vanificando in un colpo solo sia il calo delle quotazioni del petrolio sia quello dell’euro che avrebbero potuto essere due fattori trainanti della ripresa, riducendo i costi alla produzione e spingendo l’export.

Insomma, lo Stato guadagna tartassandoci con le imposte. I petrolieri, da parte loro, come abbiamo visto, riescono sempre a difendere i loro utili, mentre gli unici che continuano a venire dissanguati alla pompa di benzina restiamo noi consumatori.

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