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Aemilia, Valerio: “Mai discriminati i cutresi a Reggio”

Il pentito: "C'era un piano per ripulire l'immagine di Sarcone e Diletto"

REGGIO EMILIA – La presunta discriminazione dei cutresi a Reggio Emilia, denunciata nel 2012 da alcuni consiglieri comunali di origine calabrese al prefetto Antonella De Miro (da cui furono accompagnati dal sindaco Graziano Delrio), non sarebbe mai esistita.

Il clamore di cui e’ stata ammantata avrebbe invece fatto parte di un piano oper ottenere “consenso popolare” e “movimentare le masse”, con l’obiettivo ultimo di formare un “movimento” per “ripulire”, insieme a quella dei calabresi onesti, soprattutto l’immagine mafiosa delle due famiglie di Nicolino Sarcone, presunto luogotenente in Emilia del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri e Alfonso Diletto, indicato come referente della ‘ndrangheta nella Bassa reggiana.

Una strategia che avrebbe avuto un altro tassello – riferisce il pentito Antonio Valerio proseguendo oggi la sua deposizione nel filone di Aemilia in corso a Reggio Emilia – nella lettera inviata da Pasquale Brescia al sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi per forzarlo a difendere la comunita’ cutrese, tirando in ballo le parentele della moglie del primo cittadino – anche lei proveniente da Cutro – Maria Sergio.

Ad orchestrare le operazioni, che secondo Valerio si sono in pratica ritorte contro la cosca, sarebbero stati, da dietro le sbarre del carcere di Bologna in cui erano rinchiusi, gli “strateghi” Alfonso Diletto e Gianlugi Sarcone, mentre Nicolino Sarcone “forzava tantissimo” su imprenditori come Alfonso Paolini o Giuseppe Iaquinta che, dice Brescia, “stavano strutturando un movimento per ‘legalizzare’ le famiglie e portarle fuori da ogni logica mafiosa”. In particolare Iaquinta, aggiunge il pentito, “avendo un figlio campione del mondo era quello che dava lustro alla consorteria che cercava di affacciarsi verso il contesto pulito”.

Il messaggio da far passare, prosegue Valerio, “era che il cutrese qua ha lavorato, ha dato alla citta’ di Reggio Emilia, ha creato per Reggio Emilia: questo e’ quello che si voleva far capire”. Lo scopo? “In concreto la famiglia Sarcone e la famiglia Diletto dovevano prendere questa parvenza di liceita’ e cercare di far capire che erano famiglie non mafiose”. Al pubblico ministero Beatrice Ronchi che gli domanda se qualcuno dei suoi sodali si fosse mai lamentato sentendosi discriminato, il collaboratore risponde: “E’ chiaro che uno si tira addosso tutto quanto per poi dire: ‘Vedi che ce l’hanno con me?’. Ma a Reggio Emilia e’ tollerato l’extracomunitario figuriamoci il cutrese. I cutresi si vedono dappertutto, dove sta la discriminazione io non l’ho mai sentita”.

L’argomento della discriminazione, continua il Pm, “e’ quindi una scusa?”. Risponde Valerio: “Lo sto dicendo a chiare a lettere, mai vissuta, mai percepita, mai avuta. Anzi una citta’ ospitale come Reggio Emilia, da isola felice l’abbiamo reso quella che e’ ed io purtroppo sono stato uno dei protagonisti”. Alla domanda del presidente della Corte Francesco Caruso se i consiglieri che andarono dal prefetto conoscessero i membri della cosca Valerio sorride e dice: “Salvatore Scarpino era il politico vero. Antonio Olivo (imprenditore ed ex consigliere comunale del Pd a Reggio) non deve imparare chi e’ Antonio Valerio perche’ abitavamo nella stessa via o Pasquale Brescia, di cui e’ pure parente”.

Alla fine pero’, conclude il pentito, le operazioni non hanno avuto l’effetto desiderato ma tutt’altro. Se l’obiettivo era cancellare la mafia “poi la mafia ce la siamo presa tutta. Quello che era nascosto l’hanno fatto emergere”, conclude Valerio (Fonte Dire).