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Articolo n° 23278 del 28/11/2016 - 17:52

In fuga da Mosul, così i bambini cercano di dimenticare la guerra

Nei campi profughi sulla strada, che porta alla città ancora occupata dall'Isis, Terre des hommes si occupa di supporto all'infanzia. Bruno Neri: "Stiamo salvando dei ragazzini che volevano arruolarsi nelle milizie che combattono contro l'Isis"

DibagahBambini giocano a calcio nel campo di Hassan Sham a venti chilometri da Mosul

ERBIL (Iraq del nord) – Una distesa sterminata di tende che ospita praticamente la popolazione di una cittadina. Quello di Dibagah, una cinquantina di chilometri a sud di Erbil, è un campo in cui vivono attualmente circa trentamila profughi. Una delle onlus che si occupa di loro, in particolare di protezione dei bambini, è Terre des Hommes con cui siamo entrati nel campo.

Li fa giocare, li istruisce, fornisce supporto psicologico e varie attività di educazione con il suo staff composto da personale del luogo e internazionale. Uno di questi è la milanese Miriam Ambrosini, responsabile ad Erbil delle attività di Terre des Hommes. Ci racconta che ha iniziato giovanissima le sue esperienze di cooperazione internazionale con la Caritas ambrosiana in Bulgaria e poi non ha più smesso.

“Mi piace molto lavorare sul campo – dice Miriam – perché ti dà la possibilità di essere dove la storia accade e poi amo fare il capo missione perché mi sento fatta per organizzare e gestire il lavoro delle persone. Qui nei campi, per loro, la situazione è molto dura. Io sono stata in Africa, ma lì la gente è abituata alla povertà e a vivere con un dollaro al giorno. Qui siamo di fronte a persone che avevano un buon lavoro, un paio di macchine, una bella casa e, improvvisamente, si sono trovate in una tenda. Per loro non è facile”.

Passiamo poi a visitare il campo di Harsham, alle porte di Erbil. Una piccola struttura dove, quando arriviamo, è in corso una festa per la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che si tiene, appunto il 20 novembre. Qui i bambini e i ragazzi del campo sono impegnati in uno spettacolo in cui vengono messi in scena i diritti violati dei bambini. Anche questo è un modo per dimenticare la guerra e gli orrori che hanno visto.

Bruno Neri, senior programme manager, di Terre des hommes ci racconta cosa sta facendo la sua organizzazione: “Principalmente la nostra mission è sui bambini e sulla loro protezione da abusi. Ci occupiamo di bambini rifugiati e sfollati e abbiamo diverse attività di supporto psicologico ed educazione informali. Attualmente stiamo raccogliendo molti ragazzi adolescenti che stavano cercando di arruolarsi con delle milizie armate per combattere la guerra contro l’Isis. Facciamo attività educative e corsi di arabo, matematica e inglese. A Erbil ci sono circa un milione di persone, attualmente, che stanno fuggendo dall’Isis. I profughi rimarranno qua nei campi e nella zona di Erbil per almeno un anno, perché abbiamo visto che ci sono molte mine ovunque e la guerra non è finita”.

Miriam Ambrosini

Miriam Ambrosini

Infine visitiamo Hassam Sham, a venti chilometri da Mosul. Polvere, donne che fanno la fila per i viveri, bulldozer che scavano. Il campo è tuttora in costruzione. Qui stanno ancora arrivando i profughi che scappano dai villaggi intorno a Mosul dove infuria la battaglia per la conquista del centro della città, ancora controllato dall’Isis, da parte dell’esercito iracheno e dei peshmerga curdi. Dentro c’è ancora, intrappolato, un milione di persone. Chi può è fuggito e sta raggiungendo i campi che, mano a mano, vengono costruiti nei dintorni.

Bambini giocano a pallone fra nuvole di sabbia che si alzano con il vento, mentre le donne cucinano il pane in forni improvvisati costruiti con il fango. Due ragazzine si avvicinano e chiedono una foto. Sorridono. Poi, improvvisamente, una delle due si fa seria. Non parla. Probabilmente ha subito qualche trauma che le impedisce di comunicare con la voce. Ma basta lo sguardo. Fisso, terreo. Inizia a mimare scene di guerra, esplosioni, gente ferita, zoppicante e sanguinante. La bocca si muove, ma le parole non escono. E, se anche uscissero, probabilmente non sarebbero sufficienti a descrivere l’orrore che deve aver vissuto questa bambina.

(3-continua)

 

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