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Articolo n° 21644 del 18/10/2016 - 15:35

“Fusioni, sbagliato liquidare il no dicendo che la gente non ha capito”

Paolo Dallasta: "I referendum sulle Fusioni ci portino a rafforzare le Unioni e la cooperazione intercomunale"

ReferendumLa scheda

REGGIO EMILIA – “I risultati dei referendum sulle fusioni dei Comuni di domenica 16 ottobre in Emilia-Romagna hanno generato un animato dibattito tra chi sostiene che il prevalere dei NO rappresenti un’occasione persa e chi ha voluto rivendicare la propria appartenenza ad una comunità locale, non convinto dagli eventuali benefici futuri. Da qualsiasi lato si voglia osservare la vicenda, è venuta a palesarsi tutta la difficoltà di questo percorso che, anche dove ottiene il via libera, lo fa di pochissimo.
Se analizzassimo i casi di Fusione degli ultimi anni, potremmo osservare che esse hanno avuto buon esito solo al verificarsi di una delle seguenti tre situazioni:

 1.    Contesti con Comuni molto piccoli, spesso montani e che anche alla fine del processo non superano i 5.000 abitanti, dove si è fatto capire che la Fusione è una scelta di sopravvivenza per quelle stesse Comunità. In questa casistica rientra a pieno titolo l’esperienza del Ventasso;

 2.    Contesti in cui vi è una certa contiguità e coerenza territoriale e fisica, con un Comune più grande che già prima esercitava un peso gravitazionale sugli altri grazie alla presenza di servizi sovralocali;

3.    Contesti con esperienze di cooperazione intercomunale di lunga data, come il famoso caso della Valsamoggia, che è arrivata alla Fusione dopo decenni politiche e servizi condivisi.

È facile e accattivante lo slogan “da 340 a 300 Comuni” utilizzato dalla nostra Regione in questi mesi, ma processi in cui anche il subconscio e l’identità incidono sull’esito richiedono anni e più attenzione. Liquidare il tema dicendo che la gente non ha capito, oltre a mostrare un certo disprezzo per un processo democratico, ci allontana dall’ambizione della politica, che dovrebbe essere anche guida pedagogica e risoluta nei momenti di cambiamento.

Tuttavia è evidente la difficoltà crescente dei nostri Comuni a coniugare investimenti per le Comunità e il mantenimento e il miglioramento dei livelli di servizi raggiunti.
Quale strada intraprendere, quindi, per dare un domani agli Enti Locali? Una risposta può arrivare sicuramente dalle esperienze più avanzate di cooperazione intercomunale di qualcuna delle nostre Unioni dei Comuni. Solo partendo dal caso che conosco meglio, quello della Bassa Reggiana, possiamo dimostrare non solo efficienze di spesa ma anche una salvaguardia e un miglioramento dei servizi da quando sono gestiti in Unione.

Tali numeri li abbiamo evidenziati anche al convegno dell’aprile scorso “Da 8 Comuni a 1 Comunità” organizzato dal gruppo consiliare PD della Bassa Reggiana, nel quale sono emerse anche diverse linee guida su come rafforzare l’ente davanti alle sfide dei prossimi anni, da tradurre presto in un documento politico-amministrativo. Queste riflessioni ci hanno portato a dire che le forme intercomunali funzionano quando ricadono su ambiti territoriali omogenei e coerenti con dimensioni ottimali, capaci di coinvolgere anche Comuni medi e grandi, così come proposto recentemente anche dall’Anci.

Inoltre, le Unioni troverebbero maggior propulsione se anche dall’alto ci fosse una spinta ad associare le politiche urbanistiche e di investimenti pubblici (vero motore dello sviluppo) e una parte della fiscalità locale.  È evidente che serve un lavoro di comunicazione maggiore nei confronti dei cittadini per spiegare i vantaggi dello stare insieme, sforzandoci il più possibile di radicare l’Unione nella mentalità di politici e cittadini anche attraverso simboli e luoghi, come una sede unica per tutti i servizi associati.

La strada indicata è certamente più lunga, ma è l’unica percorribile per abbattere i municipalismi nuovi e antichi che spesso affiorano e che nulla hanno a che fare con la tradizione di centrosinistra verso le autonomie locali”.

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